Archivio dell'autore: domenicomortellaro

Carabinieri alla Manifattura Tabacchi

No, non è il titolo di un film. E’ l’altro augurio sincero che da queste righe facciamo al sindaco Decaro. Si riflette da anni sul quartiere Libertà. Da anni, proprio da queste pagine, continuiamo ad attirare l’attenzione su un pezzo di città che è periferia e marginalizzazione pur essendo perfettamente integrato con il resto di Bari, tanto da essere addirittura contiguo al Salotto Buono del quartiere Murat. Da anni si riflette anche su tutta una serie di beni comuni, presenti nel quartiere, che hanno potenziale rigenerativo e hanno di sicuro bisogno di un generale ripensamento che li renda centrali proprio nell’operazione di rigenerazione urbana e di ricucitura del tessuto cittadino.

Gli edifici della ex Manifattura Tabacchi sono questo. Sono la grande sfida di rigenerazione e di rinascita del quartiere. Almeno, così vengono da tempo dipinti.

30_01_18_rendering_piazza_redentore_vista_chiesa.jpg

Ecco, da anni si ragiona sulla collocazione di uffici di agenzie come “Porta futuro”. Si era anche proposta la possibilità che parte degli edifici potessero ospitare realtà operative di ricerca – su questo però il CNR, interpellato, non si è dimostrato davvero entusiasta. Uno dei progetti più concreti e fattibili, invece, riguarderebbe la creazione, all’interno della struttura, di un presidio fisso dei Carabinieri. Anche per incontrare le esigenze manifestate da tanti cittadini che sperimentano una condizione di insicurezza costante e chiedono risposte all’amministrazione.

images-1.jpeg

Anche questa è ricucitura. E si manifesta in un intervento concreto.
Che parte di una struttura venga riutilizzata per garantire ad un pezzo di città un presidio di legalità e sicurezza è un bene, solo un bene. Ed è un’ottima notizia che proprio ad inizio d’anno se ne torni a parlare, dopo gli studi di fattibilità del 2018, affermando che la pratica corre ormai spedita e i sogni possono trasformarsi in realtà.

Attenzione, però. Attenzione a non pensare che basti delegare alle forze di sicurezza e legalità tutto il lavoro. Un presidio come una caserma dei Carabinieri è il minimo sindacale, quando si parla di quartieri degradati, ad alta densità criminale. Il rischio, però, è che si acchiappi il coltello dalla lama invece che dal manico. Perchè, nella percezione di blocchi sociali già feriti da esclusione e difficoltà concrete legate a povertà, carenze di welfare, all’accesso alla cultura, limitarsi alla blindatura attraverso una caserma E SOLO UNA CASERMA rischia esclusivamente di esacerbare gli animi. Rischia di avviare un percorso emotivo in cui gli esclusi cominciano a percepirsi anche come “i pericolosi”, gli “indesiderati”. E non è questo che si vuole.

images.jpeg

Allora l’augurio non è solo quello che nella Manifattura Tabacchi arrivi finalmente quel presidio di legalità indispensabile a ripristinare le regole del vivere sereno e civile…
L’augurio più grande è un altro: assieme ai lavori per quella caserma, vada spedita anche  una progettazione concreta che renda parte di quei locali non tanto e non solo una porta per il futuro, ma anche e soprattutto una stanza per il presente. E questo presente significhi: presidio sanitario di prossimità, nido e doposcuola sociale, centro di ascolto.
Perchè assieme alla sicurezza dal crimine, i cittadini di quel quartiere, tanti di loro, hanno bisogno di sicurezza nel crescere i propri figli lontani dalla povertà, dall’esclusione culturale, dal degrado. Ed è necessario assicurare dalle basi ottimi standard di sanità e istruzione, prima di ogni altra cosa. Farlo in un luogo che è così centrale, nel punto più problematico del quartiere ed è così “tela bianca”, ancora nella caratterizzazione di tante sue parti, sarebbe un ottimo modo di rammendare strappi vecchi di sessant’anni, nel rapporto tra quel quartiere ed il resto della città.

Foggia: fare presto!

Quello che in questi ultimi giorni sta avvenendo a Foggia è la dimostrazione che esiste un sistema criminale composito. Fatto da tante realtà differenti, con forme e regole diverse. Società Foggiana e Mafia del Gargano non sono la stessa cosa. Sono sistemi criminali differenti che operano sullo stesso territorio. In concorso o in conflitto a seconda dei momenti. Le bombe di questi giorni lo dimostrano con chiarezza. Da una parte si intima da pagare, dall’altra si minaccia perché un testimone non parli. Sono gruppi differenti, sistemi differenti, quelli che colpiscono. E rendono Foggia un luogo in cui anche l’esercizio della democrazia è a rischio.

E negli stessi giorni, altre mani, probabilmente non mafiose, uccidono. Perché il clima incoraggia a farlo, in una realtà che sempre più appare fuori controllo.

Adesso, ora, è necessario un colpo deciso di reni da parte degli apparati di sicurezza. Un colpo forte ai clan. Subito. Prima che disinnescare la polveriera sia troppo complicato.

Allo stesso tempo, ora, subito, è necessario investire in ricerca e analisi. Perché la scarsa conoscenza e la poca preparazione in materia di mafie pugliesi è la condizione migliore in cui questi sistemi criminali possono attecchire… e piantare radici sempre più profonde. Non si può aggredire un sistema di mafie cosi moderno e al passo coi tempi con un bisturi di quarant’anni fa. Non si può fare di tutti questi sistemi una vecchia mafia d’operetta… una sola corona che forse non è mai esistita. Dalle Commissioni Parlamentari a quelle regionali – immobili in Puglia – fino a quelle comunali – che non si sa di cosa si occupino – si cominci a studiare. A chiedere a chi sa di formare. Perché sentire Presidenti di commissione parlare ancora di SCU nel 2020 per parlare delle mafie pugliesi è agghiacciante. Agghiacciante, come una città che si sveglia ogni notte col boato di una bomba.

Buoni propositi da augurare

C’è un concetto che è un po’ il filo rosso che tiene assieme tutta la mia recente produzione. E un po’ tutte le chiacchierate che animano i dibattiti e le presentazioni che faccio – dei miei lavori e di quelli di colleghi.
Ricucitura: il concetto è questo. Ricucitura: una bella parola, almeno per me.
Una parola che prova a tenere assieme storie, narrazioni e più concretamente pezzi, con un lavoro di rammendo che richiama anche una cura antica – anche reminiscenza di affetto. I pezzi di cui parliamo, le narrazioni, sono quelle di una città e di una cittadinanza. I pezzi sono i quartieri di Bari, le narrazioni sono le vite, le storie, singolari e collettive, dei tanti corpi sociali di questa città.

WhatsApp-Image-2020-01-03-at-09.37.10.jpeg

L’anno comincia con una brutta notizia, a Bari. Va a fuoco l’edificio che ospitava i mercati generali del Quartiere San Paolo. Un luogo simbolico e concreto fondamentale per la comunità di quel quartiere. Da un lato presidio concreto e tangibile di un intervento pubblico – seppur tardivo, rispetto alla consegna del quartiere e all’inizio di quella narrazione. Dall’altro, esso stesso, narrazione di un pezzo concreto di storia collettiva che intreccia e tiene assieme – come un nodo, come un hub – frammenti innumerevoli di innumerevoli narrazioni singole e private. E qui parliamo di ricordi, storie, vite: quelle di chi ci ha lavorato, quelle di chi ci ha comprato, quelle di chi ci passava ogni giorno e quelle di chi, quel luogo, lo riutilizzava e viveva in maniera differente. Come luogo di incontro, come povero “centro” in sedicesimi per una comunità che continua a sentirsi esclusa da Bari, tanto da continuare a dire “Vado a Bari” invece che “Vado in centro”.
Bene: quel mercato è stato parzialmente distrutto da un incendio. E ora avrà bisogno, davvero, di interventi pubblici seri e consistenti. Immediati. Non procrastinabili. Perché quanto prima quel luogo deve ricominciare a vivere e animarsi. Deve tornare ad essere hub, nodo, di narrazioni, esistenze, vite. E deve ritornare a vivere anche come luogo di lavoro, di commercio, di vita, per un quartiere che per molti anni, addirittura, non ha nemmeno avuto negozi al piano stradale dove poter declinare autonomamente lo scambio di sussistenza minimo – quello del genere alimentare minuto.
Ricucire è anche e soprattutto questo. Di più, però, ricucire deve essere anche, per forza, dare un follow up concreto a quell’intervento di ricostruzione. Deve essere un impegno reale di cura costante di un luogo comune, di un bene comune, di una narrazione collettiva. Perchè, molto probabilmente, è anche una costante sciatteria ed una mancata cura quotidiana, la sciagura alla base di questo incendio.
Ricucire: non solo rimettere in piedi, ma continuare a curare.
Rinsaldare i punti di cucitura con tempistiche e modalità certe, attraverso l’aggiornamento degli impianti, la presenza di un presidio di legalità e sicurezza costante, il sostegno al mondo del piccolo commercio ambulante e fisso.

Unknown.jpeg

Eccolo un augurio per Antonio Decaro. Trovare le quadre di bilancio per intervenire sul mercato del San Paolo prima che in qualsiasi altro luogo. Subito. Perchè i fili delle narrazioni non si dissolvano sfilandosi da un nodo bruciato. E assieme alla grana, trovare il coraggio di derubricare, in questo momento, qualsiasi altro intervento, con uno sforzo di buona amministrazione enorme. Perchè il San Paolo, come tutte le periferie di Bari, ha bisogno di ritrovarsi parte di un abito, di una narrazione. E ne ha bisogno quanto prima… perché certe ferite nuove riaprono sofferenze vecchie. E portano con sé quella sensazione di esclusione che nessuna narrazione urbana merita mai.

Al via il processo per la strage di San Marco in Lamis

Una notizia importante.

A meno di due anni dalla strage di San Marco in Lamis, costata la vita al boss Romito, a suo cognato e a due vittime innocenti di mafia, i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, uccisi solo per eliminare due testimoni scomodi, prende il via il processo in corte d’Assise contro l’unico imputato – allo stato attuale – il presunto fiancheggiatore Giovanni Caterino. Secondo l’accusa, l’imputato avrebbe, nei giorni precedenti, pedinato Romito per studiarne abitudini e percorsi. Il giorno della strage, sempre il Caterino, avrebbe avuto un ruolo attivo nell’agguato, aprendo il corteo delle auto che avevano il compito di compiere l’assalto e ostacolando le vie di fuga al Romito.

Oltre che per la forte valenza simbolica di un processo che si appresta a scrivere parole comunque importanti su un fatto di sangue così grave, l’evento ha una portata rilevante anche e soprattutto per il numero di soggetti che si sono costituiti parte civile. Oltre alle famiglie dei due fratelli agricoltori, colpevoli solo di essere nello stesso luogo in cui la mafia garganica aveva deciso di spargere sangue, hanno richiesto di essere parte civile nel processo, vedendosi ammesse, anche alcune istituzioni particolari. Alle amministrazioni del Comune e della Provincia, anche l’associazione Libera si è vista accordare lo status di parte lesa dalla corte. Sarà quindi possibile, per la prima volta per la associazione fondata da don Luigi Ciotti, prendere parte attivamente in un procedimento penale contro una organizzazione feroce, determinata, ma spesso ignorata colpevolmente dalle istituzioni.

In una provincia come quella sauna, questo dato assume un valore prezioso. è proprio a Foggia e nel suo territorio, infatti, che in questi ultimi anni si è scelto di combattere una battaglia difficile per far emergere in modo chiaro che la scelta di essere al fianco delle istituzioni in modo attivo è l’unico modo di combattere davvero per liberare un territorio dall’oppressione mafiosa. C’è da ricordare, a tal proposito, che proprio la provincia di Foggia, con le sue tre mafie differenti, vanta il tristissimo primato del più basso numero di collaboratori di giustizia. Ed allo stesso tempo la diffusione più debole di una vera cultura attiva dell’antimafia sociale.

Che questo sia un segno importante della rinascita di un territorio e dell’affermazione di un nuovo coraggio civile, dobbiamo essere in tanti ad augurarcelo!

Droga, droga, droga… Anche fuori dai clan.

In un semestre nel quale Bari si è di fatto scoperta “tossica”, sembra quasi non fare nemmeno rumore la notizia del provvedimento giudiziario contro di una giovanissima pusher esterna a tutti i sistemi criminali e alle varie costellazioni più o meno camorristiche della città. Ma, tant’è. Nella Bari in cui nuove paranze di ragazzini che non appartengono si mettono assieme per diventare il punto di riferimento di pezzi interi della movida barese, ci sta che una ventunenne custodisca a casa la propria “santabarbara dello sballo” e metta in piedi un giro particolare e referenziato di spaccio destinato in massima parte a rispondere ad una domanda precisa: quella delle droghe sintetiche da rave e discoteca.

E del resto è questo un versante spesso colpevolmente ignorato, soprattutto nelle città, come Bari, che hanno ben altri problemi collegati al traffico di stupefacenti. Anche perché, è ormai triste luogo comune che la domanda di droga non possa mai essere compressa sotto una fisiologica soglia. E che esistano domande precise, spesso non controllate dai clan perchè ultraspecialistiche o perchè soggette a fluttuazioni non prevedibili – dettate da mode, novità, hit parade momentanee – che non possono diventare il centro di inchieste o indagini per il semplice fatto che hanno, dalla loro, la caratteristica di essere profonde, abissali, nascoste spesso benissimo sotto una coltre “per bene” che le ammanta e le protegge.

è quello che si è scoperto ieri, nel “perbenissimo” quartiere di Poggiofranco. In casa di una giovanissima – 21 anni – gli investigatori hanno fatto saltar fuori un deposito in cui stavano stivate 1500 pasticche di ecstasy per un valore commerciale di più di 15mila euro. Si sta indagando, al momento, su eventuali regie occulte collegate al sistema criminale barese. O su eventuali fiancheggiatori che avrebbero garantito sicurezza alla ragazzina. Per il semplice fatto che si reputa impassibile che un giro del genere, così fruttuoso, non abbia destato gli appetiti o gli interessi di clan autoctoni, pronti di sicuro a pretendere l’accesso al giro in cambio della fidelizzazione della ragazza – e del riconoscimento del suo ruolo. Perchè, lo ripetiamo, esistono mercati in cui la Camorra barese ha disperato bisogno delle competenze esterne.

Quel che deve spaventarci, di questa storia complicata, è solo una cosa: non conosciamo abbastanza la gioventù che si prepara a vivere e governare il futuro delle nostre comunità. Non ci accorgiamo di quanto sia incline e disponibile spesso al compromesso, se è vero – com’è vero – che sono tanti i gruppi di giovanissimi esterni in partenza al mondo della camorra che decidono di affrontare le sfide dell’autoimprenditoria criminale nel settore del traffico di stupefacenti. E non ci accorgiamo di quanto ormai da tempo sia crollato trasversalmente e per tutti il diaframma tra delinquenti e onesti, se è vero – come è ancora vero – che le competenze di base di quegli stessi giovani denunciano chiaramente una promiscuità diffusa coi temi e le agende del crimine organizzato.

Quel che è peggio, però, è che spesso liquidiamo con troppa indulgenza un mondo enorme che oramai è penetrato in profondo sotto la pelle di quella stessa gioventù. Quantitativi come quelli sequestrati suggeriscono domande enormi. Non composite e variegate, certo, ma di proporzioni importanti. Ed in questo caso appaiono destinati ad un pubblico giovanissimo: quello delle discoteche, sì, ma anche quello che non può permettersi, per i costi elevati, la cocaina e sceglie quindi uno sballo sintetico – anche perchè lo ritiene più smart, meno impattante, meno problematico da gestire. I rischi, però, anche in questo caso, sono enormi.

Annuncio importante: orario estivo

Poche righe importanti.

Nel prossimo bimestre, la regolare programmazione del blog subirà la consueta, canonica variazione estiva. Non più, quindi, tre post in rotazione a settimana ma semplicemente uno, riassuntivo. Questo perchè fisiologicamente, nei mesi di luglio ed agosto, la fruizione dell’approfondimento via web scema… e si rischierebbe di perdere energie e dettagli utili.

Preferiamo, dunque, mantenere un singolo appuntamento in cui far confluire tutti i dettagli della settimana oppure un punto analitico. Ferma restando la possibilità di “ultime ore” nel caso ce ne sia sentitamente necessità. Perchè, purtroppo, il crimine non va mai in vacanza.

Nel frattempo, buona estate a tutti!

Savino Parisi torna libero

Di certo questa è una notizia. Dal marzo del 2020 il boss di Japigia Savino Parisi, uno dei fondatori della Camorra Barese, avrà scontato tutto il suo debito con la giustizia italiana e tornerà un uomo libero. Al netto di nuovi procedimenti che potrebbero investirlo e riguardarlo, riportandolo dietro le sbarre o sotto la lente di magistratura e inquirenti. E la storia recente del boss ci ha abituati a colpi di scena simili. Allo stato attuale, però, tra nove mesi o giù di lì, in virtù del complesso calcolo di cumuli, già scontati, assorbimenti, Savino Parisi tornerà in libertà. E tutto lascia presumere che tornerà nella sua Japigia, nel Quadrilatero su cui ha sempre regnato.

Come questo impatti con Bari, col quartiere e con le dinamiche criminali della Camorra cittadina è stato nelle scorse settimane materia d’analisi. In tanti si sono affrettati a chiarire che il nuovo corso imposto in città dalla assenza della sua figura a reggere gli equilibri potrebbe ricomporsi secondo logiche diverse. In tanti hanno affermato che torna in città “l’uomo forte”, il “Mammasantissima”, lui che da sempre “tutto ha disposto”.

Noi sommessamente preferiamo qui attendere gli eventi, aspettare e sospendere il giudizio. Perché ci sono dei fatti – troppi – che rendono davvero difficile elaborare previsioni o stilare pronostici.

I Palermiti hanno vinto una guerra sanguinaria, imponendo a Japigia nuove regole nel mercato della droga. Non è una novità che già lo facessero; il dato nuovo è che hanno esteso il loro controllo anche al fiorente mercato dell’ingrosso, che da sempre, almeno per parte, il gruppo di Parisi gestiva. Come i due vecchi leoni di Japigia decideranno di ricomporre una frattura maturata proprio in seno alla loro coabitazione è difficile dirlo. Anche perché, dalla guerra del 2016, gli uomini di stretta vicinanza al boss Parisi si sono tenuti sempre a debita distanza, lasciando a combattere solo seconde file strette attorno alla figura di Busco, un raider del malaffare che nella sua parabola criminale ha già cambiato almeno due casacche. Sono in tanti, più silenziosi, a sostenere che Parisi abbia già mollato anche il mercato della droga, dirigendo tutti i propri sforzi ad altre imprese. Ci sono i processi, del resto, a dirlo chiaramente: il clan ha provato una opera di riqualificazione interna spostando i core business su riciclaggio, imprenditoria grigia, acquisizione di beni sotto prestanome… e il mercato del crimine di strada l’ha abbandonato. E ci sono altri dettagli a dire che Parisi non è mai stato uomo di guerra e sangue. Come dimenticare la gambizzazione di Christian Lovreglio, suo nipote, originata dal desiderio dei Milioni – sponda Strisciuglio – di imporre il pizzo al gruppo dei Parisi orfano delle sue linee di governo? A quell’affronto, il clan rispose pagando, evitando un conflitto, scansando la strada.

C’è tanto, insomma, che cova sotto la cenere. Ed è sempre il caso di essere prudenti. Parisi ha chiarito coi fatti – MAI con le parole – di essere ormai in pensione dalla criminalità di strada e dalla camorra dello spaccio e del piccolo cabotaggio. Ed è proprio ingenerata da questa condizione la guerra e l’instabilità di questi mesi passati. Cosa succederà sarà di sicuro argomento di studio attento. Perchè disegnerà in un modo o nell’altro un altro pezzo importante di una parabola criminale imponente. Adesso, però, crediamo sia davvero il tempo dell’attesa, dell’approfondimento sereno. Nove mesi, in fondo, sono ancora lunghi a passare.

Il voto di scambio?

Continua l’operazione instancabile delle forze dell’ordine e della polizia, a Bari, per verificare le decine, centinaia di segnalazioni su irregolarità avvenute a margine dell’ultima tornata elettorale. In tantissimi avevano denunciato pubblicamente – senza rivolgersi però agli organi competenti – tentativi di orientare il voto attraverso elargizione di buoni benzina, buoni spesa, denaro.

Se, fino ad ora, nulla è emerso di penalmente rilevante, è però vero che si tratta della prima, enorme, denuncia di un clima difficile attorno al voto. Un clima che è difficile perchè ancora enorme è la marginalizzazione di pezzi interi di una narrazione cittadina. E perchè ancora forti sono due povertà: quella materiale, che spinge ad essere facili prede dei raider di voti e quella socioculturale, che non permette una corretta interpretazione del diritto al voto come essenziale, nella vita di un cittadino.

Del resto, Bari, a più riprese, ha visto fenomeni di questo tipo ed inchieste che, pur non riuscendo a provare la colpevolezza di singoli, riuscivano a permettere di inquadrare un clima. Una condizione di oggettiva difficoltà, per pezzi interi di questa città, di esercitare serenamente un diritto.

Vedremo cosa porterà questa nuova inchiesta.

Donato Telegrafo scagionato. Non fu il mandante dell’agguato a Mercante.

La notizia è di metà mese. Abbiamo atteso a darla per le opportune verifiche. Donato Telegrafo, maggiore dei due figli di Nicola Telegrafo – il brigante – è stato scagionato in sede d’Appello dall’accusa di essere il mandante dell’agguato che nel 2012 stava per costare la vita al Vangelo di Camorra Giuseppe Mercante, storico boss della città. Confermate, invece, le accuse per i sicari individuati dalle indagini – tra i quali spicca il nome di Arcangelo Telegrafo, fratello minore di Donato.

Se, quindi, l’impianto accusatorio resta intatto per quel che riguarda movente di quell’agguato, dinamica e retroscena, viene meno il dettaglio su chi fu, nel clan Misceo Telegrafo Montani, ad ordinare quell’omicidio – non maturato solo per una purissima fatalità.

La sentenza, che restituisce per ora – in attesa di ricorso in Cassazione eventuale – all’innocenza Donatosi Telegrafo rispetto a questo reato, è quindi importante perché, nello stesso momento, certifica che, sì, tra il 2007 ed il 2014 a Bari fu combattuta davvero una guerra a bassa intensità tra due pericolosissime consorterie criminali. E che in quella guerra vanno incasellati una serie di fatti di sangue, finora apparentemente scollegati tra loro, che avevano a che fare con un mondo – contiguo alla malavita ma non pienamente inserito nel sistema Camorra – che si vide “misteriosamente” investito, in quegli anni, dalla furia del piombo dei clan.

Adesso sappiamo che, per molti di quei fatti, che ancora oggi continuano a mantenere una eco ben precisa, ad accendere la miccia fu un confronto molto acceso tra due figure di spicco del Quartiere San Paolo: Donato Telegrafo e Amleto Mercante, fratello di Giuseppe. E che fu proprio lo schiaffo dato da Mercante a Telegrafo, colpevole di aver alzato troppo la testa – lui che natali illustri di Camorra non poteva vantarne – a scatenare la furia del clan del San Paolo contro la famiglia del vecchio boss del Libertà.

Arresti a Trinitapoli

C’è l’ombra lunga della Società Foggiana che si allunga per la prima volta alle pendici del Gargano, nella storia che sta alla base degli otto arresti portati a termine dai Carabinieri di Rinitapoli contro gli uomini del clan Gallone. Sì, perchè nelle ordinanze quel che si prova è il deciso collegamento tra il clan della cittadina battina ed un gruppo preciso della Società Foggiana, ossia il clan di Rocco Moretti. E se consideriamo che, ormai da tempo, il territorio a Nord di Andria e Barletta, è passato sotto l’egida ed il controllo dei gruppi del Golfo di Manfredonia e dei montanari, allora ci rendiamo subito conto che questa nuova saldatura tra i Gallone – che agiscono in territori contesi tra montanari e mattinatesi – ed i Moretti, ci lascia presagire scenari davvero foschi. Delle due, una. O i Gallone hanno pensato di irrobustirsi le spalle, saldandosi con uno dei gruppi storici della malavita foggiana, una cosca che può vantare l’autorevolezza di padrini come Rizzi e Moretti e contatti con il gotta delle mafie italiane. Oppure – e sarebbe l’ipotesi più inquietante – sono i Moretti ad essere entrati a gamba tesa nel territorio, approfittando della spregiudicatezza ma anche dell’isolamento di un clan come quello dei Gallone, in guerra da decenni già nel giardino di casa propria e ormai al centro dello scontro più ampio per il predominio nell’area del golfo di Manfredonia.

Una cosa è certa: è il segnale ulteriore di una effervescenza paurosa del magma dauno. Ed è il segnale che i vecchi equilibri, ormai, non tengono più. E che per leggere le mafie della provincia di Foggia, presto, prima che sia troppo tardi, è necessaria una cassetta degli attrezzi aggiornata. E tanta, tantissima buona volontà!