Grande è la confusione…

Una riflessione va dedicata alle operazioni delle forze dell’ordine condotte nelle prime giornate di dicembre contro differenti articolazioni della Camorra cittadina. Nella fattispecie sono stati arrestati 13 elementi riconducibili a tre diverse cosche, apparentemente in guerra tra loro. Si tratta di operativi e figure di riferimento del clan Rafaschieri- Di Cosimo, di operativi della articolazione Strisciuglio del San Paolo CEP e di un uomo collegato al gruppo Palermiti-Milella, egemone su Japigia da quando il clan Parisi ha – apparentemente – abbandonato il campo dello spaccio di stupefacenti.

La ricostruzione degli inquirenti getta luce su un momento molto delicato di frizione tra le due anime del gruppo una volta egemone nel quartiere Madonnella: i Rafaschieri-Di Cosimo. Da una parte Emanuele Rafaschieri, fratello del fondatore del clan, Vincenzo – Bibì, morto nel ’94 su ordine di Domenico Monti – intenzionato a mantenere salda e stabile l’alleanza con il gruppo di Japigia (leggi, ormai, Palermiti). Dall’altra i fratelli Di Cosimo, spalleggiati dalla seconda generazione del clan Rafaschieri, rappresentata da Alessandro e Walter, figli di Vincenzo. Questi ultimi, secondo le ricostruzioni, da tempo erano intenzionati a saldarsi con alcuni dei gruppi federati agli Strisciuglio – segnatamente, il gruppo del San Paolo.
Una ridefinizione di equilibri interna che avrebbe visto, a quel punto, schierate sui due fronti contrapposti, le cosche dei Palermiti da una parte e degli Strisciuglio/San Paolo dall’altra.
Si spiegherebbero così il ferimento di Fachechi e l’agguato mortale contro i fratelli Rafaschieri. Si spiegherebbero così anche le deliranti affermazioni di Emanuele Rafaschieri su vendette da far pagare al proprio nipote Alessanro, colpevole di una serie di sgarbi nei confronti dei vecchi alleati. E probabilmente, anche nei confronti dei Di Cosimo, da tempo detentori di un peso specifico maggiore negli equilibri del clan. Nel mezzo una paranza nuova di criminali, composta da facce vecchie e nuove, tutte quante riconducibili al San Paolo e tutte quante orbitanti nella grande galassia Strisciuglio. Questo gruppo, non identificabile ancora a livello di appartenenze reali, avrebbe poi organizzato e pianificato una serie di risposte, sventate dall’intervento delle forze di polizia.

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La tesi su un fermento reale e profondo nella Camorra barese, dunque, finisce confermata dalle indagini. E la causa di questo fermento è, come si evidenziava, di natura duplice: da una parte la necessità di figure di secondo piano ma storico lignaggio di riaffermare il proprio peso nel momento in cui vanno prese decisioni importanti. Dall’altro la ridefinizione di enormi blocchi di equilibrio dovuta ad alcuni eventi che hanno scompaginato i vecchi asset. E quindi, da una parte l’uscita di scena del vecchio e autorevole padrino Savino Parisi, dall’altra l’affermarsi sulla scena di un nuovo gruppo, spietato e molto più incline all’uso della violenza, come quello dei Palermiti. Un gruppo che ha chiarito sin da subito, con la guerra di due anni fa nel rione Japigia, di non ammettere dinieghi o ingerenze di alcuno, nei propri affari. Allo stesso tempo, però, per tutti, Eugenio Palermiti ed i suoi uomini di fiducia (Milella su tutti, a leggere le carte della Procura) non sarebbero soci di maggioranza cui piegarsi facilmente. E questo perchè, proprio alla fine dell’era Parisi – per quel che appare – avrebbero preteso attenzioni maggiori a quelle dovute, ingerendosi da padroni anche in traffici prima di allora lasciati ai titolari dei quartieri di riferimento. Un ombrello troppo scomodo, sotto cui mettersi, insomma.

Come una guerra del genere possa proseguire, nei prossimi mesi, non è dato ancora prevederlo. Quel che è certo, comunque, è che la ridefinizione degli equilibri nella città ha già scompaginato più di un vecchio cartello. E non è impassibile che nei prossimi mesi la fame di affermazione di alcuni giovani colonnelli possa determinare altri scossoni.

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