CEP – San Paolo: qualche riflessione

Molto interessante, da recuperare, il dibattito nato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, edizione di Bari, venerdì scorso. Un confronto a più voci sul tema della rigenerazione del quartiere Cep – San Paolo. Una rigenerazione che è stata di sicuro urbana e strutturale, ma non può decisamente definirsi compiuta in termini culturali.

In realtà, modestissimo parere di chi scrive, parlare di rigenerazione per un quartiere che solo negli ultimi anni ha potuto sperimentare a pieno quella che avrebbe dovuto essere inizialmente la sua forma e la sua dotazione strutturale di servizi, pare leggermente inappropriato. Forse converrebbe parlare di una esperienza, per il San Paolo, non tanto di rigenerazione, quanto più che altro di forma ormai pressoché compiuta. Possiamo magari chiederci se l’upgrade delle strutture e dei servizi, aggiornati al tempo presente, non sia poi in fin dei conti una rigenerazione. Ma non possiamo non partire da questo dato, nel leggere il San Paolo: il quartiere, solo negli ultimi quindici anni, può davvero definirsi completo e pressoché autosufficiente. Con un ritardo di cinquant’anni che, lo si voglia o no, le nuove generazioni le ha segnate.

Interessante il passaggio che si fa su un discorso più profondo, che attiene alle narrazioni di quel luogo come Comunità, più che come semplice Quartiere. Si parla finalmente di ricucitura. Ed è un bene! Finalmente. Perchè fermarsi al dato semplice e strutturale di una rigenerazione urbana limita i campi d’intervento a quello estetico funzionale, limita le scienze in campo a quelle dell’urbanistica. E facendo così, ancora una volta, taglia fuori dalla discussione il protagonismo delle persone, delle loro narrazioni individuali, familiari, di vicinato, collettive. Fermarci al rigenerare, guardando alle strutture ed all’hardware che fa funzionare un quartiere, non vale a ricucire quello strappo profondo che, dalla periferia, lacera ancora una comunità intera, una comunità che pesa più di 30mila residenti. Sì, il San Paolo – CEP è un pezzo di città da ricucire al resto. Indicativo come i residenti, ancora, parlino del centro come di una città diversa, distante. Ecco: ricucire significa colmare quella distanza. Che non è solo fisica, ma continua ad essere anche interiore.

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Più ancora, ricucire quella distanza significa cominciare a sanare un peccato originale che vizia il CEP dalla sua nascita: quello dello strappo profondo e lacerante tra pezzi interi di comunità e famiglie. Strappo che ha generato, piaccia o no, in quel luogo, tutte le condizioni perchè la disperazione si trasformasse in delinquenza di sopravvivenza, prima, ed in camorra dopo.

Che fare? Si riflette e tanto sulla necessità di creare aspettative e protagonismo positivo, di sostituire le parole dell’assistenza – troppo passive – con quelle del sostegno, dell’accompagnare, del prendere coscienza e adoperare strumenti sociali nuovi. Certo. E Bene! Si parla del lavoro, quello buono, formante. Quello che per sua stessa natura è capace innanzitutto di garantire diritti e libertà, di generare consapevolezza e spirito critico, prima che mero reddito – che sarebbe comunque già qualcosa.
Questo è il fine. Questa è e deve essere la stella polare di un percorso chiaro e preciso. Un percorso che ricucia attraverso l’inclusione. Innanzitutto nel mondo dei diritti e del lavoro, della cittadinanza attiva e soprattutto consapevole.

Allo stesso tempo, però, sia chiaro: in quel quartiere esistono emergenze che vanno guardate in faccia con serenità, certo, ma anche con fermezza. E su questo una risposta concreta, reale, quel confronto, così come riportato, non la da. Rigenerazione, ricucitura, lavoro, cittadinanza attiva. Sono al tempo stesso ricette ed ingredienti indispensabili. Prima, però, è necessario investire forze ed energie in percorsi concreti di legalità. Che passino tutti, nessuno escluso, da una lotta ferrea e senza quartiere alle storture che cinquanta e più anni di amministrazione distorta di quel pezzo di città – più che distorta, criminale – hanno generato.

Piaccia o no, prima di tutto ci sono i clan da combattere.
Indispensabile, per esempio, è ricominciare ad avere un controllo capillare e reale sulle logiche di assegnazione e redistribuzione degli alloggi popolari. Perchè la casa è un diritto, concreto quanto il lavoro. E se continua ad essere, soprattutto per i gruppi sociali più marginalizzati, un “fatto” apparentemente nelle mani di pochi, pochi ma precisi, poi è difficile parlare di diritti, inclusione, lavoro. Perchè anche al CEP le case, alcune case, continuano a gestirle i clan.
Se non si comincia realmente e in profondità ad incidere sul modo concreto con cui i clan affermano il proprio predominio sul quartiere, diventa difficile, domani, sviluppare tutta un’altra serie di percorsi. Parimenti, piaccia o no, proprio al CEP-San Paolo, e molto presto, è necessario procedere ad una operazione di bonifica reale delle piazze di spaccio. Perchè è anche attraverso quelle che un clan si garantisce consenso e controllo. Oltre a diffondere, nella gente e nei giovani, la consapevolezza di poter offrire una alternativa concreta e redditizia alla disoccupazione. In questo, duole dirlo, complice è anche tutto un modello culturale che ha ormai da anni derubricato il consumo di droghe leggere a fatto di costume. Il CEP, a Bari, è attualmente la terza piazza di spaccio più grande. Rifornisce un mercato autarchico e assieme assicura un punto all’ingrosso strategico per molti gruppi criminali della provincia. Soprattutto per lo stupefacente leggero. Ed in questo percorso di affermazione criminale forgia generazioni sempre nuove.

Ragioniamo su tutto, facciamolo in modo costante, cosciente, anche creativo. Ma non dimentichiamoci mai che ci sono emergenze reali da fronteggiare. E per quelle emergenze, purtroppo, nel brevissimo periodo la ricetta non può che essere quella deputata a magistratura e forze dell’ordine. E questo non per amore delle derive securitarie, ma per mero, indispensabile realismo. Ogni percorso di rammendo, ricucitura, rigenerazione, costruzione reale e concreta, non può essere pensato e declinato se non nel medio e lungo termine. In una finestra temporale che, piaccia o no, permette alle logiche dei clan di essere ancora quelle che offrono i “modelli vincenti”. E permette a quelle famiglie criminali, sempre le stesse, di estendere il proprio controllo e costringere alla propria narrazione anche figure fino ad ora “insospettabili”. Quei famosi ragazzi di famiglie finora estranee alle narrazioni di camorra che, impoveriti da una situazione che non offre casa, lavoro, formazione, certezze, finiscono per aderire a modelli che, invece, offrono una soddisfazione concreta e molto più rapida a bisogni altrettanto concreti. Offrono l’alternativa, concreta e praticabile. Se non svuoti le case da chi le occupa in nome e per conto dei clan, se non riconsegni le piazze e le strade ala legalità spezzando le gambe allo spaccio… Non ci sarà mai tempo per radicare percorsi di ricucitura, anche i più performanti.

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E’ un esempio che faccio spesso. Chissà perchè, i ragazzini dei quartieri, dal San Paolo al Libertà a Bari Vecchia, lo capiscono subito. Ci sta uno che non lavora. E ogni settimana si cambia le scarpe. Gucci, Luìuittò come dicono loro, Paciotti. Tutte originali. Io quelle scarpe le voglio, anche solo per fare lo stile. E lui mi spiega che se faccio come fa lui, se vivo come lui, pure io me le potrò comprare. La professoressa, il parroco, se hanno tempo e voglia mio padre e mia madre, mi dicono che un giorno me le potrò comprare pure io se lavoro. Ma il lavoro dove sta? Quello delle scarpe non lavora ma ha una casa. E  ha un amico che la casa te la trova. E certe volte ti trova pure il lavoro. Mia madre, mio padre, il parroco, la scuola… tutti fessi e bugiardi. Vado da quello a capire bene come si fa!

(tutte le foto utilizzate in questo articolo sono di Katia Moro e sono tratte da un suo reportage per Bari Inedita)

 

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