La quiete

Chiunque studi i fenomeni collegati a mafie e criminalità organizzate sa una cosa, per certo. La quiete non è mai il segnale migliore. E non lo si dice per una questione di scaramanzia, per mettere le mani avanti o per tirarsela. C’è un motivo se la quiete, di solito, preannuncia tempeste. O comunque situazioni nuove e spesso molto poco piacevoli. Le mafie, da decenni, hanno imparato a convivere con la pressione dello Stato, degli inquirenti, delle forze dell’ordine. Ed hanno sviluppato nel proprio DNA una vera e propria propensione al “carsismo”. Altro non è che la capacità di scomparire alla vista, effettuare vere e proprie ritirate strategiche, mantenere un profilo più che basso, mentre ci si riorganizza o si cerca di strutturarsi al meglio.

Quella che Bari, da un mese e poco più, sta vivendo, è proprio una fase di questo tipo. Naturale e fisiologica, se si pensa che la situazione, per i clan, non è facile.

Sono in corso o in fase di avvio una serie di maxi-processi e processi molto delicati. Due a carico di un clan storico come quello dei Mercante (inclusa la loro articolazione Mercante-Diomede, diluita in vari settori economici su tutto il territorio cittadino). Allo stesso tempo, a margine di uno di questi due processi, il PANDORA, è coinvolto anche il clan Capriati, per le articolazioni extra cittadine. Alla sbarra, da ormai un decennio, in forme ricorrenti, ci finisce il clan Parisi. I Di Cosola hanno sperimentato che succede quando il boss, il capo dei capi vero e proprio, prima si pente e poi muore. E quello che rimaneva dello storico sodalizio legato al boss Andrea Montani, ormai ridotto a svaligiare appartamenti per vivere, è finito smantellato da una operazione anti usura che ha portato alla sbarra tutto quel che rimaneva della famiglia Montani-Mininni-Capodiferro. Come se non bastasse, un ingranaggio fondamentale per i business baresi, quello rappresentato dal gruppo criminale di Domenico Velluto, che importava e distribuiva all’ingrosso droghe leggere dall’Albania in Italia, è stato azzerato. Ovvio che, come dire, la Camorra barese possa apparire sconfitta. In realtà non è così.

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Quel che sta avvenendo è davvero pericoloso, ed è importante alzare il livello di attenzione. Senza apparente concorrenza sul territorio, le batterie legate alla Federazione Strisciuglio stanno imponendosi sulle piazze, balcanizzandole. Libertà è ormai cosa loro, come loro dependance è da tempo San Girolamo-Fesca ed Enziteto. Il CEP-San Paolo, con alla sbarra tutti i sodalizi storici, sta conoscendo il riemergere delle figure marginali prima legate ai clan Telegrafo e Montani e successivamente al gruppo di Misceo. Anche Carrassi, fino ad ora appannaggio quasi esclusivo della famiglia Diomede grazie alla presenza di Biagio e dei suoi figli, è tornato territorio conteso. Perchè gli Anemolo, per quanto piccoli ed all’apparenza sconfitti già quindici anni fa, sono di nuovo tutti in circolazione. E la loro saldatura storica con la famiglia Montani può rappresentare una ragione di interesse, se si conta il vuoto totale lasciato dai nemici storici tanto al San Paolo quanto oltre Via Capruzzi.

A Carbonara e Ceglie gli emissari degli Strisciuglio non hanno concorrenza né rivali e nemmeno troppo in silenzio, grazie anche alla incomprensibile latitanza delle istituzioni in quei territori, stanno assicurando al proprio fianco tutti i giovani rimasti orfani dei Di Cosola.
A Madonnella, dopo il rush sanguinosissimo di fine settembre, gli equilibri ristagnano. Con il vicino quartiere di Japigia, ormai territorio dei Palermiti, pronto alla spallata anche violenta per tenere lontani gli uomini degli Strisciuglio.

Quella che Bari vive, in queste settimane, quindi, è una fase delicatissima. Gli equilibri sono labili ed i nervi sono molto molto tesi. C’è una somiglianza incredibile tra questo momento e quello vissuto a Bari alla fine del 2004, inizi del 2005, prima che esplodessero conflitti sanguinari e incontrollati. Anche allora, a margine di processi di enorme importanza e di fatti di sangue che avevano scosso l’opinione pubblica, i clan siglarono un patto di ritirata strategica impegnativo per tutti. Salvo poi, due anni dopo, far divampare conflitti in ogni quartiere. Non abbassare la guardia è fondamentale.

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