Pensieri a margine della passeggiata civile i ricordo di Gaetano Marchitelli

Carbonara è un posto particolare. Anche Ceglie del Campo. Sono luoghi simbolici di quanto Bari sia cresciuta in modo disordinato. Tanto e male. Tanto, perchè ha finito per inglobare luoghi che avrebbero potuto avere un futuro differente. Male, perchè questa inglobazione è avvenuta in modo parecchio sbagliato: le identità di piccole comunità sono rimaste – ed è un bene – ma i servizi e la redistribuzione di possibilità sembrano non essere pervenute. Il distacco, tra Carbonara e Ceglie, fisicamente non si può avvertire. La cesura netta, rispetto a Bari, quella sì. L’aria che si respira è diversa da quella che c’è a Palese, a Santo Spirito. Lì ti accorgi di due piccole comunità che sono state portate dentro, in tutti i sensi, da una municipalità. E sembrano di colpo meno stonate le indicazioni stradali bianche che puntano al Centro come se fossi solo un po’ lontano da Via Sparano e dai palazzi del potere. Eppure, dalla cinta ideale della città, quei due pezzi sono parecchio più staccati. Sarà il mare, sarà l’aeroporto? Sarà il peso specifico, in termini di ricchezza, di chi ci risiede? Sarà una certa qualche artificiosità di quelle due ex marine di Bitonto e Modugno, che comunità a parte non lo sono davvero mai state? Difficile dirlo. Una cosa è certa: Carbonara e Ceglie si fa fatica a definirle Bari.

DLJWCD9WkAAIWG8Il 2 Ottobre una passeggiata sociale, accompagnata da candele, ha attraversato le due frazioni. In un abbraccio ideale che tiene uniti particolari luoghi del ricordo. Da Ceglie a Carbonara, seguendo la ideale direttrice lungo cui si è mossa la mano di chi, il 2 ottobre del 2003, uccise Gaetano Marchitelli, vittima innocente ed inconsapevole di piombo destinato ad altri. Da Ceglie, territorio dei Di Cosola, che quella sparatoria la progettarono e la ordinarono, fino a Carbonara, casa di Gaetano e delle due vittime designate di quell’agguato. Una passeggiata animata da gente comune, dalla parrocchia di don Mimmo e dal Movimento Antimafia di base. A dirla tutta, una passeggiata solo “di base”, senza autorità – che, invece, la mattina hanno presenziato le iniziative per così dire ufficiali. Non importa, non c’è da fare una conta dei presenti. Non quando, almeno, è confortante la densità specifica di coscienze, giovani e meno giovani, pronte davvero a mettersi in discussione dal basso, per riflettere di criminalità e marginalizzazione. E per ricordare che Gaetano non è morto per “errore”, per un “incidente”, per una “tragica fatalità” o perchè “si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Nei loro interventi, proprio i ragazzini della parrocchia lo hanno spiegato bene: Gaetano è morto perchè la cultura di chi ha premuto il grilletto – e all’epoca il killer non era così più grande di Gaetano – la cultura di chi ha educato quel ragazzo perchè un giorno premesse il grilletto, è di quelle che credono la vita degli altri pesi meno di niente. Ed è giusto ed importante ricordarlo. Anche con la semplicità dei pensieri di chi non è ancora cresciuto. Di chi non ha magari tutti gli strumenti formativi, ma ha coscienza e sensibilità sufficienti a capire subito certi meccanismi. E scegliere da che parte stare.

Fare questo, a Carbonara, non è affatto semplice. Perchè, soprattutto nell’ultimo ventennio, Carbonara è diventata un posto difficile dove vivere e crescere. Complice una emigrazione consistente, complice il richiudersi su se stesse di tante comunità. Complice un progressivo abbandono, coincidente col passaggio da frazione a quartiere. Fare antimafia dal basso, a Carbonara, è complicato. Ricordo le parole di don Mimmo, davanti alla gente che animava la prima iniziativa fatta assieme, sempre lì. “Vedi, la grande vittoria, oggi, è anche aver reso la vita difficile a chi spaccia in quella piazza…” Per dirne appena una. Carbonara è una piazza che non smette mai di far parlare di sè. O meglio, trova sempre il modo, quando si parla di crimine, di infilarsi nei discorsi.

ciotti marchitelli-3.jpgPerchè Carbonara è Bari, senza esserlo. Perchè Carbonara è così distante, dimenticata, che ci si può serenamente installare una centrale operativa della camorra lontano dagli occhi indiscreti. Perchè Carbonara, fino alla fine degli anni ’90, era il feudo di un boss piccolo, agguerrito, ma solo. Un uomo che sapeva accontentarsi di “poco”. Solo che poi, delle potenzialità di Carbonara, si sono accorti personaggi come i fratelli Strisciuglio, mentre ancora dovevano radicarsi a Bari. Ed è stata Carbonara, con la sua distanza pur dentro la città, a fare la loro fortuna. E’ per contendersi il peso specifico su quella piazza che si confrontavano la sera del 2 ottobre del 2003 gli Strisciuglio e i Di Cosola. C’è morto Gaetano, per quella piazza. C’è rimasto segnato a vita, nell’anima, il suo amico fraterno, Mario Verdoscia, che quella sera rimase ferito. E oggi, a 15 anni da allora, Carbonara torna a far parlare di sè. Perchè coi Di Cosola dismessi, gli Strisciuglio hanno rialzato la testa. Ed hanno inviato sul territorio i loro uomini più determinati a difendere il fortino. Perchè, proprio adesso che il vecchio boss di Ceglie è morto, è Carbonara il Fort Apache da cui lanciare l’assalto alla provincia. E da cui continuare a governare indisturbati tutta una serie di traffici che coinvolgono Bari città. A Libertà si decide, vero. Ma è Carbonara, oggi come quindici, vent’anni fa, la piazza irrinunciabile per gli uomini della Federazione. Lo scontro a fuoco  sanguinario di due lunedì fa è cominciato proprio quando i Rafaschieri – figli di gente di vecchia camorra – hanno provato a violare i confini del fortino. Ed è un fatto significativo. Un allarme che la cronaca stessa ci mette sotto gli occhi.

Anche nel ricordo di Gaetano, quella comunità non va lasciata da sola. E pur nella sua autonomia, nella sua forte identità culturale, va resa davvero un quartiere di Bari. Non perchè sia una comunità marginalizzata, non perchè sia un luogo dove è impensabile ragionare di progetti di inclusione e socialità. Non perchè ci siano particolari e croniche emergenze. Ma perchè ad essere distante, a Carbonara, è la sensazione di una “autorità”. E quindi è necessario intervenire. Soprattutto pensando quanto prima a vigilare su quel comune. Non perchè la repressione sia l’unica ricetta, ma perchè l’assenza di divise è silenzio di uno Stato, di una autorità. Ed è un tratto che una comunità come Carbonara non merita. Una risposta che ai clan non si può scegliere di dare.

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