Antonio Di Cosola: uno dei sei che la Camorra Barese la fondarono

La regolare programmazione di un blog, a volte, finisce scompaginata da eventi inaspettati. Fatti che impongono un intervento tempestivo in quello che si considerava un placido scorrere già programmato. Senza troppi scossoni. Beh, occupandosi di criminalità ed anche di ricostruzione storica sui fatti criminali, è un imprevisto che bisogna aspettarsi. Certo, sono sincero, un imprevisto come questo no, non me lo aspettavo. Nella sera di venerdì, a Monza, dov’era detenuto in regime di protezione collaboratori di giustizia, è morto Antonio Di Cosola, 64 anni, di Ceglie del Campo. Uno dei fondatori della Camorra Barese così come la conosciamo. Uno dei sei che Giuseppe Rogoli in persona scelse, fondando la prima versione della Sacra Corona Unita, come referente per la provincia di Bari.

Non uno qualunque, insomma, Antonio Di Cosola. A pensarci bene, dal 1983 entrava ed usciva dalle inchieste giudiziarie. Il suo nome, in vari momenti della storia criminale barese, è stato accostato ad una serie enorme di fatti, organizzazioni, avvenimenti. Molto spesso, senza che queste affermazioni, però, superassero il vaglio della magistratura. Su Antonio Di Cosola si è detto, in quarant’anni di storia di Camorra Barese, tutto ed il contrario di tutto. Si è ipotizzato fosse il più autorevole e pericoloso dei boss in circolazione. Tempo dopo si è sospettato fosse, invece, poco più che un criminale di campagna, testa di una organizzazione arcaica e primitiva incapace di alcun salto di qualità. Si è parlato di lui come di uno degli uomini di fiducia di Oronzo Romano, fondatore de “La Rosa”. Infine, alcuni hanno sospettato fosse lui il primo vero padrino della Camorra Barese. una cosa è certa: Antonio Di Cosola è stato e rimane, attraverso le sue dichiarazioni, una figura di fondamentale importanza nella storia dell’organizzazione criminale che strangola la città di Bari da 40 anni. Ed un altro fatto abbastanza certo è che, rispetto a ciascuna delle affermazioni che sulla sua figura si sono fatte, qualcosa di vero c’è sempre.

1478337388478.jpg--cinque_secoli_a_clan_di_cosolaergastolo_al_nipote_del_bossNon è stato di sicuro il padre fondatore della Camorra Barese, Antonio Di Cosola, conosciuto anche col soprannome di “Strascinacuvert”. Di sicuro, però, alla sua mano – o quantomeno al suo dettato – si deve l’unica versione, tutt’ora in circolazione, di codice della Camorra Barese. Con tanto di giuramento di fedeltà all’unico padrino “Antonio Di Cosola”. Sarà stato questo dato a fuorviare più d’uno, certo. E’ vero, però: il codice “Di Cosola”, fino ad ora, è l’unica testimonianza scritta dell’esistenza della Camorra Barese – se si escludono, ovvio, gli atti processuali. Conviene partire proprio di qui per ricostruire la sua figura e la sua storia. Perché è attraverso quell’unico codice che tutte le voci su Di Cosola si spiegano. E che tutte le affermazioni sopra riportare trovano sostanza. Almeno, quella che, abbiamo detto, di sicuro c’è.

Il Codice Di Cosola viene ritrovato nella cella di uno dei familiari di Antonio, a Lecce. E’ chiosato e ricopiato in bella. Dentro, tutti i riferimenti cui magistrati e cronisti sono abituati. Quelli tipici che richiamano da una parte alla ‘Ndrangheta della Santa – Mazzini, Garibaldi, La Marmora – e dall’altra alla prima Sacra Corona Unita – con le citazioni a testimonianza di Conte Ugolino, Fiorentino di Russia e Cavaliere di Spagna. Di sicuro, dunque, è un codice che va datato dopo il 1983, anno in cui Rogoli aggiunse la formula identitaria “conte Ugolino, Fiorentin’ di Russia, Cavalier’ di Spagna”. Allo stesso tempo, però, col giuramento finale verso Di Cosola unico boss, un codice che interviene dopo il 1985, anno in cui, con la fine del processo alla prima S.C.U. i sei referenti di Rogoli su Bari, liberi dai vincoli della precedente organizzazione, fondarono, ciascuno per conto proprio, dei clan indipendenti con loro come vertici indiscussi. Di sicuro, quel codice lo pone un gradino sopra molti altri. Per essere precisi, nelle gerarchie criminali, alla stregua di Savino Parisi ed Antonio Capriati. Pari tra pari. A differenza loro, però, Di Cosola non fu mai un gangster di città. Coltivò la propria organizzazione più nell’hinterland dei paesini a sud e ad est di Bari. E nelle frazioni meridionali. Li governò in modo spiccio, spesso brutale. Per vent’anni, però, nessuno osò mettere in discussione il suo dominio in quei territori. Per quanto, rappresentassero un mercato incredibilmente redditizio per il traffico di sigarette e di droga. Per quale ragione? Semplice: perché Di Cosola, che di certo non era un boss moderno ed accreditato nell’ambiente della “Bari da bere”, aveva fatto della sua brutalità e del suo arcaismo, uno strumento di successo. Imponendo in modo pervicace la ritualità dei codici, l’obbligatorietà della gavetta e del cursus criminale, la violenza delle sanzioni criminali ogni volta che riteneva ve ne fosse bisogno per tenere salde le fila dell’organizzazione. Del resto, fu costretto a farlo, dovendo governare un territorio vasto, fatto di piccoli centri che da sempre esprimevano la propria malandrineria cittadina attraverso i classici delinquenti di paese. Era anche un boss arcaico, dunque. Un boss d’altri tempi, verrebbe da dire. Un “uomo d’onore” – almeno così pretendeva si dicesse e si pensasse. Tanto che, all’indomani della morte di Gaetano Marchietlli, pony express quindicenne ucciso per errore durante un conflitto a fuoco tra uomini del clan Di Cosola e uomini degli Strisciuglio, sulle colonne dei giornali, con una lettera indirizzata ai giudici, tuonò contro quelli che agivano nascondendosi dietro il suo nome. Sconfessò nei fatti anche un nipote, coinvolto in quell’omicidio, negandogli assistenza carceraria ed impedendo che qualcuno, fuori, potesse cercare di inquinare le prove perché il ragazzo fosse scagionato. Secondo molti, però, agì così semplicemente perché quello di Marchitelli era un delitto firmato, con tanto di intercettazioni ambientali che inchiodavano gli autori. Una cosa è certa: non era un primitivo, un vecchio arnese della vecchia guardia. E non era nemmeno un praticone, come Oronzo Romano, cui fu accostato per un periodo col sospetto che anche lui, a Ceglie, stesse per aderire alla fantomatica “Rosa”, la mafia del sud barese. Scagionato da quel processo, Di Cosola, nei fatti, non aderì mai a quella struttura. Per due motivi: la Rosa non esiste mai, davvero e nei fatti e Antonio Di Cosola non vi avrebbe comunque aderito perché già all’epoca, la sua potestà di Vangelo, riconosciuta direttamente da Giuseppe Rogoli, lo metteva già realisticamente più di un gradino sopra di Romano e dei suoi uomini. Altro che uomo di fiducia: un boss. Uno dei primi boss che la storia di Bari abbia conosciuto. Peraltro, un uomo il cui carisma e la cui autorevolezza criminale erano riconosciuti da tutti, amici e nemici. Tanto che avviene anche – incredibile ma vero – che Antonio Moretti, all’epoca uomo del clan Fiore, sospettato di aver ucciso Orazio Porro, un vecchio uomo del clan Di Cosola, di fronte alle pressioni dei Fiore che lo spingono a confessare, si rivolga proprio al padrino di Ceglie per ricevere un consiglio su cosa fare. Ed emblematica, a margine della confessione, è la dichiarazione che Di Cosola fece: “Dell’omicidio in sé lui non mi disse niente. Non confessò. Ed io non chiesi”. Del resto, Porro da tempo era stato sconfessato dal clan di “Strascinacuvert”.

antonio-di-cosola.jpgGli ultimi processi lo hanno visto crollare sotto il peso del 41bis e scegliere di pentirsi e collaborare con la giustizia. Le accuse, del resto, si facevano sempre più pesanti. Nelle ricostruzioni degli inquirenti, i contorni di una figura che dal gangsterismo urbano declinato in spaccio, racket, usura e controllo del territorio era passato alle attività mafiose che contavano, quelle del secondo livello, agganciate alle imprese, alle partite IVA, alle amministrazioni pubbliche ed alle faccende degli appalti. Fu assolto dal processo Domino, nel quale, assieme a Savino Parisi – condannato – era accusato di aver inquinato il tessuto imprenditoriale barese arrivando fino agli appalti pubblici per la realizzazione del polo universitario Asclepios. Dall’altra parte, però, a margine proprio di quelle inchieste, fornì dichiarazioni importantissime per ricostruire come, negli ultimi anni, proprio grazie al suo clan ed a quello di Savino Parisi, in molti abbiano usato i territori agricoli dei comuni a sud est di Bari come discariche, svernandovi veleni, rifiuti tossici, reflui non meglio identificati. Rispetto a questo filone d’inchiesta, però, ancora non è stata accertata alcuna verità processuale. Restano però, sullo sfondo, inquietanti, le sue accuse ed il suo chiamarsi in correità: “Se bevi quest’acqua, muori subito!” Restano lì, incredibilmente spaventose, perché verosimili, visto che le campagne pugliesi, per decenni, hanno conosciuto appetiti criminali non troppo diversi da quelli che hanno trasformato pezzi interi di Campania nella “Terra dei fuochi”.

Con Antonio Di Cosola, insomma, scompare un pezzo da novanta della storia della criminalità cittadina. E si sigillano assieme a lui tante verità che il boss non ha fatto in tempo a raccontare. O che i magistrati non hanno fatto in tempo a chiedere. Una consolazione, però, ci rimane. Molte delle sue dichiarazioni fornite ai magistrati manterranno intatta la loro validità anche dopo la sua morte, in quanto cristallizzate nelle dinamiche indagine e processuali. Un colpo importante, se si pensa che in molti dei processi più delicati tuttora in corso, si ritrovano presenti sue importanti dichiarazioni. Quel che resta da capire, ora che ogni legame possibile tra il boss e la sua organizzazione è reciso, è cosa accadrà a quel vastissimo territorio che per quarant’anni è stato il suo giardino di casa. E come si ri-articoleranno gli uomini che alla sua corte e sotto il suo comando si sono fatti criminali.

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